La seconda volta che incontro Irfanka Pasagic è proprio qui, nella mia città, Reggio Emilia, chi l’avrebbe mai detto? Nei primi istanti in cui la osservo, mi sembra più serena e rilassata dall’incontro dell’ottobre 2005 a Tuzla. Ma si “tradisce” quando, pochi minuti dopo, si lascia sfuggire due lacrime di commozione durante la lettura di un racconto sul memoriale di Srebrenica, e ogni volta che coglie l’occasione per scappare a fumare una sigaretta.
Siamo circa trenta persone al convegno, c’è chi la guerra nella Ex-Jugoslavia l’ha vista con i propri occhi, chi ha portato aiuti umanitari, chi, come me, in Bosnia c’è stato solo per un breve viaggio di conoscenza, ma tutti i presenti sono accomunati da un sentimento forte, dal disgusto per quello che è successo in passato, ma da un grande desiderio di creare qualcosa di concreto per il futuro. “Il primo problema da affrontare”- dice Irfanka presentandoci la raccolta di racconti “I bambini ricordano” - “è il trauma dei più piccoli. Ancora oggi, dopo più di dieci anni dalla fine del conflitto, la popolazione è traumatizzata e non riesce a condurre una vita normale.” Gli effetti della guerra non finiscono con la fine della guerra, ma anzi, diventano ancora più visibili negli anni a seguire, ci ricorda il Professor Fabio Levi, (Comitato Scientifico della Fondazione Alexander Langer) anche lui al convegno “Traumi di guerra, memoria e riconciliazione”. Irfanka prosegue: “In un contesto in cui i genitori, i parenti, gli amici, i vicini di casa soffrono di disturbo post traumatico da stress, come possono i bambini riprendersi la loro vita, guardare con fiducia al futuro?”. Le ferite non sono soltanto quelle fisiche, né gli squarci grotteschi sui muri di Srebrenica, ma sono soprattutto quelle psicologiche, dell’animo, quelle che a prima vista non si vedono, ma che sono le più difficili da cancellare. “Molti sopravvissuti vivono nei campi profughi, ed è sconcertante pensare che ancora oggi, dopo tanti anni ci sono ancora dieci campi profughi in funzione. Al loro interno ci sono addirittura delle scuole, perciò si possono considerare dei veri e propri ghetti. Dall’inizio della guerra mi sono sempre tormentata e continuo a farlo, su come potere aiutare in modo efficace questi bambini rimasti orfani. Con i miei colleghi avevamo anche partecipato ad un progetto dell’Unicef “L’insegnante come terapeuta”, ma ben presto ci siamo accorti che noi dovevamo insegnare agli insegnanti come comportarsi con i bambini, perché loro stessi erano psicologicamente sconvolti ed inevitabilmente i loro incontri con i più piccoli diventavano degli sfoghi personali. In più, i centri nei dintorni di Tuzla in cui venivano inseriti i bambini non erano adeguati e per molto tempo ho pensato ad una soluzione migliore. E’ molto importante per loro avere qualcuno a cui poter raccontare ciò che hanno vissuto, ma questo non è possibile in un contesto di trauma generalizzato. Molti di questi ragazzini incontrano quotidianamente chi ha portato via i loro genitori. Ho incontrato uno di loro proprio pochi giorni fa: è tornato a vivere nella casa in cui abitava prima della guerra, e proprio il suo vicino è il criminale che ha fatto sparire sua madre e suo padre. Mi ha rivelato che ogni giorno vive con il dubbio di doverlo uccidere o no, di dovere farsi giustizia da solo o reprimere tutto. Mi ha spiegato che le sue intenzioni erano di ucciderlo nel caso in cui lo incontrasse per strada da solo, ma graziarlo, nel caso lo incontrasse con la moglie e il figlio, perché non vuole farli soffrire come ha sofferto lui.”
Le considerazioni ed i commenti dal pubblico non mancano, e al sentire parlare di “vergogna dell’Europa” la donna risponde così: “Ho partecipato e partecipo a numerosi convegni in tutta Europa, e sempre ricevo scuse dirette da parte delle persone o condanne esplicite all’indifferenza e alle responsabilità che l’Europa, l’Italia e la comunità internazionale hanno avuto nei confronti della guerra in Bosnia. Certo, l’inerzia politica ed istituzionale in quel periodo vanno constatate e criticate, ma io credo che quello che è stato è stato, e invece di pensare alla vergogna del passato, dobbiamo guardare in modo determinato al futuro, perché in Bosnia ed Erzegovina c’è ancora molto da fare, e se è vero che l’Europa prova un senso di vergogna per quello che non ha fatto in passato, è questo il momento giusto per recuperare.”
Una ragazza le chiede se, con la cattura di Mladic, la situazione migliorerebbe. “No, non è di certo con la cattura di una persona, anche se rappresenta il capo, che si risolve tutto. Non c’è solo lui, ma ci sono centinaia di criminali di guerra. Finché gli orfani continueranno a vivere accanto a chi, volontariamente, li ha resi tali, non ci può essere giustizia. E’ visibile il recupero psicologico delle persone quando avvengono finalmente queste catture. Ma le cose stanno lentamente cambiando: si sta cercando pian piano di prendere anche “i pesci piccoli”, anche se la strada è ancora lunga. Inoltre, devo aggiungere che non ci può essere giustizia se non c’è verità, ed è proprio questa che manca in Bosnia: non c’è una percezione univoca di quello che è successo, ci sono diverse versioni dei fatti, basti pensare che sui libri di storia, la guerra è raccontata in tre versioni differenti.” Infine, per concludere il suo intervento, Irfanka Pasagic ci dice quali sono le due strade da percorrere per un recupero dei suoi bambini: l’interesse delle istituzioni, attraverso progetti concreti di cooperazione, ma soprattutto l’amore, che dall’inizio della storia umana continua a rivelarsi l’unico strumento ineguagliabile in grado di guarire ogni male.
26 maggio 2006
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