Ieri sera ho avuto l'occasione di incontrare una persona fuori dall'ordinario. Questa persona è Piero Terracina, un signore romano di quasi ottant'anni. Cos'ha di speciale Piero? Piero a 15 anni è stato deportato insieme alla numerosa famiglia al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto lui è sopravvissuto, dopo lunghi e terribili undici mesi in quell'inferno.
Per l'istituto storico con cui collaboro, ieri sera l'ho accompagnato insieme ad Alessandra e Francesco in un ristorante in centro a Reggio e oggi ho avuto la fortuna di passare una mezza giornata insieme a lui. L'ho accompagnato a Guastalla, dove ha tenuto un incontro con un centinaio di studenti delle superiori, in vista del viaggio della memoria ad Auschwitz che si terrà dal 26 febbraio al 4 marzo. La sua testimonianza è stata veramente toccante, le esperienze che ha avuto e i momenti tragici che ha vissuto prima e durante la guerra sono indescrivibili. Le sue parole hanno toccato il cuore di tutti ed è davvero una cosa straordinaria che esistano persone così che vanno in giro per il mondo a trasmettere un messaggio di tolleranza e solidarietà.
Quello che mi ha colpito di più è il rancore che si cela tra le sue parole, quando parla degli amici, dei vicini o della gente comune che all'epoca sapeva, ma ha taciuto, che poteva fare qualcosa, ma ha girato le spalle, che poteva ribellarsi, invece addirittura ha tradito: così, con l'arrivo delle leggi razziali, ha visto a soli dieci anni i compagni di scuola scomparire, le maestre escluderlo, i giovani fascisti denunciare la sua famiglia ai tedeschi. E lui ancora oggi non si spiega il perchè di tutto questo, non riesce ancora a credere alla folla esultante che urla: "Duce! Duce!" in piazza quando Mussolini proclama lo stato di guerra. E sono cose che probabilmente non si spiegherà mai, e che resteranno per sempre ferite aperte nella sua anima.
Nonostante abbia vissuto gli orrori indicibili della deportazione e di Auschwitz, è riuscito a rifarsi una vita, e a credere che la vita può portare nuove gioie, come tirare un calcio ad un pallone, guardare Roma da un attico, vedere le mucche al pascolo, essere riconosciuto in treno da un ammiratore, dare speranza con le sue parole ai giovani di oggi.
In compagnia di Piero Terracina ho provato una sensazione di conforto e di coraggio, di serenità e di voglia di cambiare le cose, ricordando il passato, per migliorare, se si può, il futuro.
Per l'istituto storico con cui collaboro, ieri sera l'ho accompagnato insieme ad Alessandra e Francesco in un ristorante in centro a Reggio e oggi ho avuto la fortuna di passare una mezza giornata insieme a lui. L'ho accompagnato a Guastalla, dove ha tenuto un incontro con un centinaio di studenti delle superiori, in vista del viaggio della memoria ad Auschwitz che si terrà dal 26 febbraio al 4 marzo. La sua testimonianza è stata veramente toccante, le esperienze che ha avuto e i momenti tragici che ha vissuto prima e durante la guerra sono indescrivibili. Le sue parole hanno toccato il cuore di tutti ed è davvero una cosa straordinaria che esistano persone così che vanno in giro per il mondo a trasmettere un messaggio di tolleranza e solidarietà.
Quello che mi ha colpito di più è il rancore che si cela tra le sue parole, quando parla degli amici, dei vicini o della gente comune che all'epoca sapeva, ma ha taciuto, che poteva fare qualcosa, ma ha girato le spalle, che poteva ribellarsi, invece addirittura ha tradito: così, con l'arrivo delle leggi razziali, ha visto a soli dieci anni i compagni di scuola scomparire, le maestre escluderlo, i giovani fascisti denunciare la sua famiglia ai tedeschi. E lui ancora oggi non si spiega il perchè di tutto questo, non riesce ancora a credere alla folla esultante che urla: "Duce! Duce!" in piazza quando Mussolini proclama lo stato di guerra. E sono cose che probabilmente non si spiegherà mai, e che resteranno per sempre ferite aperte nella sua anima.
Nonostante abbia vissuto gli orrori indicibili della deportazione e di Auschwitz, è riuscito a rifarsi una vita, e a credere che la vita può portare nuove gioie, come tirare un calcio ad un pallone, guardare Roma da un attico, vedere le mucche al pascolo, essere riconosciuto in treno da un ammiratore, dare speranza con le sue parole ai giovani di oggi.
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