Incredibile come il tempo scorra veloce tra le nostre dita, come l'acqua di un fiume. Ora che ci penso, è la fine di febbraio del 2008. Esattamente tre anni fa, in questi giorni tornavo definitivamente a casa dalla Germania, dopo tre semestri bellissimi all’università di Saarbruecken. Sono stata là un anno e mezzo, e adesso, ho già trascorso il doppio del tempo qui in Italia. Non mi sembra vero. I ricordi sono ancora vividi, eppure, allo stesso tempo, lontani.
Ho riletto un breve racconto che ho scritto sul treno appena partita dalla stazione di Saarbruecken nel 2005, e mi ha sorpreso: le parole che leggevo sembravano scritte da un’altra persona! Cioè, ero sempre io, ma…una versione di me più giovane, più sbarazzina, più entusiasta. Non avevo notato fino ad ora, che la ragazza che pensa con nostalgia a quell’esperienza, in realtà non è più la stessa persona che ha vissuto quell’esperienza. Ma dov’è andata? Credo che sia dissolta da qualche parte, sostituita in silenzio da quella che c’è adesso, attraverso le esperienze, le delusioni, le vittorie, gli incontri, i viaggi vissuti dopo. Di lei rimango le e-mail tragicomiche inviate alle amiche e a mia mamma, le foto scattate quando ancora non avevo la digitale, le pagine del diario segreto, scritto mezzo in italiano e mezzo in tedesco, per far più bella figura, un giorno. E rimane questo racconto, l’ultimo del mio Erasmus.
Neve
Cade la neve su Saarbrücken il mattino della mia partenza. Cade silenziosa e ricopre i tetti della città che dorme ancora, o che dorme già o che è sveglia ma non fa rumore, alle quattro in punto di questa mattina. Si sono alzati tutti per salutarmi, Carolin con le borse sotto gli occhi ma un luminoso sorriso, e addirittura Michael, l’uomo di pietra, che incarna tutti i peggiori stereotipi del tipico tedesco, freddo e preciso, che non sbaglia i conteggi delle spese nemmeno di un centesimo, e organizza i turni delle pulizie settimanale. Per un qualche istante non l’ho detestato per le croste e gli aloni di unto che lascia sempre sulle padelle e sulle posate. E forse anche lui ha perdonato le mie paranoie, adesso che parto. Wibke ha detto che la neve è arrivata giusto per salutarmi, quest’anno non ne avevo ancora vista così tanta. Scende sui tetti della Schumannstrasse, sulla Johanneskirche, sulla sede di Radio Salue, sulle tre valigie che abbiamo trascinato davanti alla porta di casa in attesa del taxi. Cerco di trattenere le lacrime e alzo la testa verso l’alto, guardo i fiocchi cadere. Il cielo stamattina è viola, con strane sfumature d’oro. Ho dormito circa due ore e mezzo stanotte, con le canzoni di Unserding 103.7 in sottofondo che mi facevano compagnia per un’ennesima volta, da quello stereo che ho dovuto lasciare là perché nelle valigie non c’era più posto.
Certi momenti non si scordano mai, nemmeno quando non si ha avuto il tempo o la voglia di immortalarli in una foto. Siamo rimaste lì fuori io, Wibke e le mie valigie ormai bagnate ad aspettare il taxi, a guardare la neve, a goderci gli ultimi momenti insieme da coinquiline.
I minuti passano e il taxi non arriva, dovrebbe essere già qui, l’abbiamo prenotato ieri sera verso le sette quando ci siamo seduti tutti insieme in cucina a brindare con il vino bianco, invece non si vede ancora. Wibke diventa sempre più nervosa, ha paura che io perda il treno, che non riusciamo ad arrivare puntuali al binario con tutti quei bagagli. Io non ho paura, non so cosa provo, sono solo confusa perché dopo un anno e mezzo non è facile andarsene e fare finta di niente, come se l’Erasmus da oggi in poi fosse davvero un capitolo chiuso, come se Saarbrücken fosse una città come tutte le altre.
Wibke va avanti e indietro alla ricerca del taxi che ci ha dato buca. La vedo laggiù in fondo alla fermata Brauerstrasse che maneggia col cellulare. In quel momento squilla anche il mio, ore 5.07 del mattino. Rispondo ed è Daniel, l’amico di Elisa che ho conosciuto in mensa soltanto una decina di giorni fa, e che incredibilmente, è appena uscito dalla discoteca e mi chiede se per caso ho bisogno di un passaggio in auto con le valigie. Un evidente caso di telepatia provvidenziale. Proprio nel mentre Wibke torna e mi dice che i taxi non viaggiano a causa della neve in questo momento … prova inconfutabile dell’essenza divina di Daniel! Non ci sono altre spiegazioni. Trasciniamo i trolley fino in fondo alla via lasciando la scia delle ruote e le impronte delle scarpe sul manto candido. Ci fermiamo tra la fermata e il chioschetto dei cinesi all’angolo. Daniel arriva temerario nella la sua Golf ricoperta da mezzo metro di neve. Carichiamo tutto in fretta e furia, siamo già bagnate fradice. Preso dalla fretta di arrivare in ritardo, Daniel fa inversione di marcia mentre alcune auto stanno arrivando, e forse a causa di una leggera accelerazione sulla neve fresca, in pochi secondi l’auto sbanda e andiamo a sbattere contro il marciapiede. Niente di grave, solo una manovra mal riuscita. Ci accorgiamo che il nostro autista improvvisato sta guidando in stato di ebbrezza, ma chiudiamo un occhio, questa è un’emergenza. Due poliziotti ci osservano sospettosi dal marciapiede, ma decidono di non fermarci. Tiriamo un sospiro di sollievo e arriviamo sani e salvi in stazione. In tre è molto più facile portare tutte le borse al binario 5, treno IC 2293 delle 5.40 per Monaco di Baviera, vagone 10, posto 45. Abbiamo temuto di arrivare in ritardo, siamo arrivati in anticipo. E dopo avere appoggiato tutta la montagna di roba al mio posto prenotato non è rimasto che salutarci. Con le mani, con i baci, con gli abbracci, con i sorrisi, con le parole, con i silenzi, con le lacrime. Ma tanto Wibke, che la guardo mentre muove in modo buffo le mani come un mimo, ha già detto che mi viene a trovare quest’estate. E Daniel mi ha detto che nel caso tornassi io a visitare Saarbrücken posso stare a casa sua, perché una stanzetta è sempre libera. Allora non c’è più bisogno di lacrime, e anche se scendono lo stesso non sono per la tristezza, ma per l’emozione, l’attesa e la gratitudine per questo anno e mezzo indimenticabile, fatto di condivisioni, incontri che non l’avresti mai detto, pratiche burocratiche insormontabili, lezioni universitarie incomprensibili, pomeriggi a casa dell’uno e dell’altro, malintesi linguistici, spaghetti col ketchup, gite nei fine settimana, shopping sfrenato, nottate in discoteca, amori di una notte, amicizie passeggere e alcune per la vita. Si sente un fischio in lontananza e questa volta si parte davvero, non c’è nessun prolungamento. Le porte si chiudono e mi attacco al finestrino. Mentre il treno lentamente si mette in movimento torno al mio posto seguendo con lo sguardo i due amici che anche loro sorridendo mi guardano e si incamminano verso le scale mobili che portano all’uscita. E sfruttiamo gli ultimi metri di visibilità per salutarci ancora. Con le mani, con le mani, con le mani, con le mani.
Quadro di Francesco Musante, E tutte le notti il treno

Commenti
Per Brian: :*
Ti ho linkato nel mio blogroll, se vuoi fa' anche tu lo stesso con il mio.
Cheers!
Mauri
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