Domani uscirà nelle sale italiane il sequel del film tratto da una delle serie televisive femminili più seguite di tutti i tempi. Se il primo film era tutto sommato guardabile, di Sex & The City 2 che ho visto due giorni fa in anteprima, posso dire principalmente una cosa: è imbarazzante.
Carrie (Sarah Jessica Parker), dopo avere tanto insistito con Mr Big (all'uomo dovrebbero fare un monumento) per sposarsi, dopo nemmeno due anni è già in crisi e si pone delle domande sul funzionamento del matrimonio: non le pone in realtà a se stessa, ma sempre al povero Mr. Big che non ha il permesso nemmeno di sdraiarsi sul divano da migliaia di dollari alla sera tornato dal lavoro, e che si prende anche un bel cazziatone per averle regalato in occasione dell'anniversario un super televisore al plasma: "sarebbe stato meglio un gioiello..." sentenzia lei profondamente ferita.
Nel frattempo, anche le amiche sono alle prese con i problemi della vita quotidiana: Miranda ha un capo che non la rispetta sul lavoro e per la carriera sta trascurando marito e figlio, Charlotte è alle prese con le due bambine piccole che strillano e piangono tutto il giorno, Samantha, cinquantaduenne, ingurgita ormoni su ormoni per rimanere attiva sessualmente. Proprio a Samantha, dopo un incontro con uno sceicco degli Emirati Arabi Uniti, viene offerta una settimana ad Abu Dhabi in un hotel a sette stelle che lei accetta a patto che vengano con lei anche le tre migliori amiche. Le quattro si ritrovano immerse in un mondo da mille e una notte, servite e riverite da quattro obbedienti schiavetti mulatti, gioiosi di portare le loro immense valigie.
Partiamo con gli aspetti positivi, che seppur pochi, ce ne sono: la brillante performance di Liza Minnelli durante il matrimonio gay, il cammeo di Penelope Cruz, le battute di Charlotte (l'unica un po' ragionevele delle quaattro) le musiche pop che accompagnano tutto il film e i panorami da New York al Marocco (dove è girata la parte di Abu Dhabi).
Gli aspetti negativi: il film mostra essenzialmente quattro donne quasi in tempo di menopausa, che si comportano, non dico come ragazzine di quattordici anni, ma peggio ancora, come bambine viziate di otto. Travestite con patetici costumi carnevaleschi o (nel caso di Samantha) succinti, in mezzo agli arabi e alle donne con il burqua, e impedite da zeppe ridicole anche nel deserto, sembra che il loro scopo sia quello di infrangere le rigide regole della cultura araba per dimostrare quanto la loro cultura occidentale (solo perché permette loro di far vedere le tette e portare preservivi nel portafoglio) sia quella giusta e libera. Peccato che questo film mostri proprio il contrario dell'emancipazione femminile: una donna di cinquantann'anni che si veste come una prostituta, si riempie di botox, fa battute volgari come uno scaricatore di porto, prende il viagra per avere ancora voglia di fare sesso e usa l'uomo come servo per mescolarle il latte caldo, e facchino per le borse dello shopping, non è una donna: è uno storpio di donna, un mostro creato non dai diritti per cui le donne di sessant'anni fa in occidente e le donne di oggi nei paesi in via di sviluppo stanno tutt'ora lottando, ma dalla società del consumo in cui viviamo, che ci da la falsa illusione di essere libere e in realtà non fa che abbrutirci.
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