La ragazza svampita aveva un problema. Era inutile girarci intorno. Era un problema grosso, serio. Un disturbo dello spirito che aveva fin da bambina ma che soltanto nell’età adulta si era cronicizzato. Certo, da piccola c'era la madre che irrompeva nella sua camera al mattino annunciando a gran voce che erano le sei e che se non si dava una mossa avrebbe perso il treno. Poi c’erano la scuola, il doposcuola, il catechismo, le attività sportive e tutta quella serie di impegni sociali che la omologava ai coetanei. Dentro di lei, però, dimorava la vaga sensazione che il suo orologio interiore avanzasse in modo diverso dagli altri.
C’erano alcune cose che la terrorizzavano: le regole dei giochi di società (non le capiva mai, neanche spiegate dieci volte, andava nel pallone, faceva la figura della babbea e tutti le ridevano dietro); i giochi di squadra, con tutto il peso di dovere essere all’altezza della situazione; la verza della mensa che Suor Linda la obbligava a deglutire a costo di star lì tutto il pomeriggio; e le incursioni in classe del Signor Priore che interrogava singolarmente sulla conoscenza a memoria di tutte le preghiere. Adorava invece leggere, ricamare, e fantasticare guardando fuori dalla finestra.
In quei momenti entrava nel suo mondo, un mondo accogliente in cui si cullava, fino a quando la maestra non le urlava che era la solita distratta. Già, perché se non fosse stato per le regole e la rigida presenza degli adulti, lei se ne sarebbe stata comodamente chiusa nel suo mondo interiore, al quale ha poi avuto libero accesso uscita dalla scuola dell’obbligo.
Lì, il tempo scorreva più lento, vigeva la calma e non esistevano costrizioni. Ma le scelte della quotidianità le piovevano addosso come meteoriti e presto si rese conto che per coordinare la vita reale con quella interiore doveva ricorrere all’autodisciplina. Ed è proprio negli impacciati tentativi di destreggiarsi tra diversi mestieri e incontri sociali che si rese conto di essere affetta da un disturbo a cui, dopo grandi ricerche, poté dare un nome: la procrastinazione.
Posticipava, annullava, temporeggiava, si nascondeva, cincischiava, dimenticava, e poi all’improvviso, all’ultimo momento, si risvegliava come da un incantesimo, iniziava a correre, s’affannava, arrivava in vergognoso ritardo e poi, terminato l’impegno previsto, si logorava di senso di colpa rintanata sotto le coperte, dove già metteva radici la successiva procrastinazione. Era un disturbo terribile, un labirinto da cui avrebbe voluto uscire, davvero, ma non sapeva come, non aveva gli strumenti! Si sentiva disadattata, incompresa e senza speranze.
Qualche giorno fa, leggendo un articolo di giornale, si è imbattuta nel diffuso, semplice concetto per cui, il primo passo per risolvere un problema è quello di ammetterlo e di condividerlo con qualcuno. Così mi ha chiesto gentilmente di scrivere per lei questo post sul blog, nella speranza di spronarla a lavorare con tutta se stessa sull’autodisciplina. E io lo faccio volentieri. Lo faccio per lei.

Commenti
Pure io evidentemente "soffro" dello stesso disturbo che però, a dirla tutta, non mi provoca poi tutti questi gran sensi di colpa ;)
Cerco di fare solo quello che mi piace ed il resto lo relego ai margini del mio tempo, nei ritagli e vivo più o meno tranquillo!
---Alex