Da lungo tempo ormai, più o meno trentasette mesi, equivalenti a centosessanta settimane o circa millecentoventi giorni, la ragazza svampita serbava nel cuore un amore segreto.
Era segreto perché lei non ne aveva parlato con nessuno, e non ne aveva parlato con nessuno perché era un amore particolare.
Come spesso gli amori segreti, era poco sano, traballante, di quelli costruiti sulla fantasia che capitano appunto alle ragazze disattente come lei. Ma chi la conosceva, pur ignorando i fatti, notava note tristi nel suo sguardo, segni di una misteriosa stanchezza.
Ovunque andasse, l'amore segreto era in lei, un piccolo alieno insediato nel petto con la tracotanza di un inquilino a cui tutto è dovuto, poiché cagionevole di salute.
E invece, così, di punto in bianco, sul treno di una notte d'aprile che la riportava a casa, la ragazza svampita realizzò che, negli ultimi tempi, l'oppressione nel petto non c'era più: l’alieno se ne era andato.
Doveva essere uscito attraverso qualche spiffero, forse da un orecchio mentre lei pedalava controvento lungo il fiume che tagliava in due la città, o da una narice mentre si soffiava il naso al cinema davanti a un film romantico, o dalle labbra mentre rideva di gusto con amici con cui si trovava veramente a suo agio.
Certo, un inquilino così prepotente e rumoroso avrebbe potuto come minimo degnarsi di un saluto prima del congedo, ma tant’è. Non si può pretendere rispetto da un amore malato.
E cosa dire allora di lei? Tanto patire silenzioso, e non si era nemmeno accorta che era tutto finito, che era libera, finalmente. Trattenne una risata solitaria, nella luce bassa del vagone deserto. D'altronde, era per quello che la chiamavano la ragazza svampita.
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| Kyoko Dufaux |

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—-Alex